La peste del Manzoni: Milano 1630 letta da un analista OSINT
Nel capitolo XXXI dei Promessi sposi, dopo aver raccontato come Milano rifiutò per settimane di chiamare la peste con il suo nome, Alessandro Manzoni si ferma e scrive una frase che, da analista, considero una delle migliori definizioni di metodo mai scritte in italiano:
Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.
Osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. È, in cinque verbi, il lavoro di chi fa analisi delle fonti aperte, quella che oggi chiamiamo OSINT (Open Source Intelligence). Nei giorni scorsi ho applicato questo metodo a un caso di attualità, la presunta peste di Irkutsk, e prima ancora alla Peste Nera del Trecento. Qui faccio il percorso inverso: torno alla peste raccontata dal Manzoni e la leggo come leggerei un fascicolo.
Scoprirete che Milano, nel 1630, ha attraversato quasi tutti gli errori di informazione che vediamo ancora oggi: negazione, parole addomesticate, voci incontrollate, ricompense per le denunce, confessioni estorte. E che Manzoni, due secoli dopo, li ha smontati uno per uno con il metodo di un analista.
Le fonti: chi racconta la peste del 1630
Ogni analisi comincia dall'inventario delle fonti. Per la peste di Milano, le principali sono tre testimonianze dell'epoca, che Manzoni conosceva bene e usò apertamente.
| Fonte | Chi era | Opera | Valore e limiti |
|---|---|---|---|
| Alessandro Tadino | Medico del Tribunale di sanità, testimone diretto | Raguaglio (1648) | Vide le cose da vicino, ma attribuiva la peste anche alla congiunzione di Giove e Saturno |
| Giuseppe Ripamonti | Storico, cronista della città | De peste quae fuit anno 1630 | La fonte principale di Manzoni; ricca, ma scritta con intenti letterari |
| Federico Borromeo | Arcivescovo di Milano, cugino di san Carlo | De pestilentia | Testimone dall'interno, che sembra però dare credito ai demoni |
Il primo dato da annotare è che nessuna di queste fonti è neutrale. Un medico del Tribunale di sanità ha interesse a dimostrare che il Tribunale aveva visto giusto; un arcivescovo legge i fatti alla luce della fede; uno storico scrive per lasciare un'opera. È il punto da cui parte ogni analista: non esistono fonti senza punto di vista, esistono fonti di cui si conosce il punto di vista.
Primo esercizio: il paziente zero
Prendiamo il primo malato di Milano, quello che oggi chiameremmo il "paziente zero". Le due fonti principali non concordano (Wikipedia):
| Tadino | Ripamonti | |
|---|---|---|
| Nome | Pietro Antonio Lovato | Pietro Paolo Locato |
| Provenienza | Dal territorio di Lecco | Da Chiavenna |
| Ingresso in città | 22 ottobre 1629 | 22 novembre 1629 |
Il nome è quasi lo stesso, la data differisce di un mese esatto, la provenienza no. Un analista, davanti a una tabella così, si fa tre domande: è la stessa persona? Uno dei due ha copiato male l'altro, o hanno attinto a fonti diverse? Quale dei due aveva accesso diretto ai documenti?
Manzoni fa una cosa che pochi divulgatori fanno ancora oggi: registra la discrepanza invece di sceglierne una e tacere l'altra. Lascia al lettore il dato grezzo e il dubbio. È il primo principio dell'analisi delle fonti: quando due testimoni non concordano, il disaccordo è esso stesso un'informazione, e cancellarlo per avere una storia più pulita significa falsificarla.
Secondo esercizio: come si nega una realtà con le parole
I lanzichenecchi, le truppe imperiali dirette all'assedio di Mantova durante la guerra di successione, attraversarono la Valtellina e la Lombardia dall'autunno del 1629, portando con sé il contagio. Il Tribunale di sanità aveva temuto proprio questo. Ma quando la malattia cominciò a manifestarsi a Milano, la reazione di una parte delle autorità e della popolazione fu negarla.
Manzoni descrive questa negazione in un passo celebre, che vale la pena leggere intero:
In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea, l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l'idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.
È una lezione di analisi del linguaggio. Manzoni individua quattro fasi:
- La negazione totale. La parola è vietata.
- L'aggettivo. La realtà entra di sbieco, attenuata: "febbri pestilenziali".
- La perifrasi. Si ammette la cosa, ma non il nome.
- La contaminazione. Quando finalmente la parola è accettata, è già carica di un'altra idea, quella del complotto.
Chi lavora con le fonti aperte riconosce questo schema ovunque. Negli ultimi giorni l'abbiamo visto nel caso di Irkutsk, dove le autorità russe hanno parlato per giorni di "polmonite di eziologia sconosciuta". Non dico che a Irkutsk ci fosse la peste: non lo sappiamo. Dico che la scelta delle parole è un dato da analizzare, non un dettaglio. Quando un'istituzione evita sistematicamente una parola, quella scelta va registrata, insieme ai fatti che la contraddicono o la confermano.
C'è anche un risvolto umano. Ludovico Settala, il più autorevole medico di Milano, fu accusato da parte della popolazione di essere a capo di chi diffondeva la notizia della malattia (Avvenire). Chi porta una notizia sgradita rischia sempre di essere trattato come la causa del problema.
Terzo esercizio: l'evento che amplifica il contagio
Nel giugno 1630, quando l'epidemia era già in corso, la città chiese una grande processione con le reliquie di san Carlo Borromeo. Il cardinale Federico Borromeo era riluttante, poi acconsentì. La processione, con una folla enorme, coincise con un aumento del contagio (Avvenire).
Qui serve una cautela di metodo. Per un analista, "coincise con" non vale "causò". Ma un raduno di migliaia di persone durante un'epidemia contagiosa è esattamente il tipo di evento che si aspetta di vedere seguito da un picco. È un'ipotesi forte, coerente con quello che sappiamo oggi sulla trasmissione delle malattie, e con quanto osservarono i contemporanei.
La cosa interessante è che oggi possiamo cominciare a verificarla con i dati. Nel 2023 un gruppo di ricerca dell'Università di Milano, guidato da Massimo Galli e Francesco Comandatore, ha digitalizzato i registri dei morti di Milano del 1630 e ne ha pubblicato l'analisi sulla rivista iScience. Una delle scoperte è che l'epidemia non si sviluppò allo stesso modo in tutta la città: le parrocchie si dividono in due gruppi con curve epidemiche diverse, forse per ragioni sociali o demografiche (Università di Milano).
È OSINT applicato alla storia: prendere una fonte pubblica ma dimenticata, un registro dei morti, trasformarla in dati e farle raccontare quello che le cronache non dicono.
Quarto esercizio: la voce che diventa un processo
Le unzioni
Nella notte del 17 maggio 1630, nel Duomo di Milano, furono trovate tracce di una sostanza unta su alcune panche. Altre ne furono trovate il giorno dopo. Il 19 maggio una grida, cioè un'ordinanza pubblica, denunciò i responsabili e promise ricompense a chi li avesse fatti scoprire. Altre gride, il 13 giugno e il 7 agosto, alzarono le ricompense e le pene (Wikipedia).
Fermiamoci su questo dettaglio, perché è il più importante dal punto di vista dell'analisi: le autorità pagavano le denunce. In un clima di panico, una ricompensa per chi segnala un "untore" non produce informazioni migliori: produce più segnalazioni, e meno verificate. È un meccanismo che conosciamo bene anche oggi, ogni volta che la visibilità o il denaro premiano chi diffonde per primo una notizia invece di chi la verifica.
Il caso di Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora
La mattina del 21 giugno 1630, lungo il corso di Porta Ticinese, furono notate su alcuni muri delle macchie unte. Una donna, Caterina Rosa, accusò un uomo che aveva visto passare: era Guglielmo Piazza, commissario di sanità, che si trovava lì per lavoro.
Piazza fu arrestato e torturato. Sotto tortura, e con la promessa dell'impunità, finì per accusare un barbiere della zona, Gian Giacomo Mora, di avergli fornito l'unguento. Anche Mora, torturato, confessò. Entrambi furono condannati e giustiziati con il supplizio della ruota. Prima di morire, entrambi si dichiararono innocenti (Wikipedia).
La casa e la bottega di Mora furono rase al suolo. Sulle macerie fu eretta una colonna, la colonna infame, con una lapide in latino che ricordava la condanna. Rimase in piedi per quasi un secolo e mezzo: fu abbattuta nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1778. La lapide è oggi conservata al Castello Sforzesco, e nel 1868 la via fu intitolata proprio a Gian Giacomo Mora (MilanoFree).
Che cosa vede un analista in questo processo
Riletto oggi, il processo Piazza–Mora è un catalogo di errori di metodo:
- Una testimonianza unica, non verificata, presa come punto di partenza certo;
- un'interpretazione al posto di un fatto: Caterina Rosa vide un uomo passare vicino ai muri, non lo vide ungere nulla;
- la confessione come prova regina, ottenuta con la tortura, cioè con un metodo che produce le risposte che chi interroga vuole sentire;
- la conferma a catena: la confessione di Piazza "prova" la colpa di Mora, e quella di Mora conferma quella di Piazza, senza che nessuno dei due elementi sia mai stato verificato in modo indipendente;
- l'assenza del corpo del reato: nessuno dimostrò mai che l'unguento potesse trasmettere la peste.
È lo stesso schema che ho descritto a proposito di Anna Bolena: una sentenza già scritta, e prove costruite per arrivarci.
Manzoni contro lo "spirito del tempo"
Manzoni dedicò a questo processo un'opera intera, la Storia della colonna infame, pubblicata nel 1840 in appendice all'edizione definitiva dei Promessi sposi.
Prima di lui, nel Settecento, Pietro Verri aveva già usato il caso nelle sue Osservazioni sulla tortura per dimostrare l'assurdità della tortura giudiziaria. Manzoni, che era nipote per parte di madre di Cesare Beccaria, l'autore di Dei delitti e delle pene, fa un passo ulteriore. Rifiuta la giustificazione più comoda, quella secondo cui i giudici erano "figli del loro tempo" e non potevano fare diversamente. La sua frase più famosa su questo punto è un principio che vale per ogni indagine:
L'ignoranza in fisica può produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquità; e una cattiva istituzione non s'applica da sé.
Tradotto nel linguaggio di oggi: non sapere come si trasmette una malattia era un limite dell'epoca, e nessuno può farne una colpa ai giudici. Ma torturare, ignorare le contraddizioni, condannare senza prove erano scelte. Gli strumenti sbagliati non si usano da soli: qualcuno decide di usarli.
Renzo, l'untore che non era
C'è un momento dei Promessi sposi che rende tutto questo concreto. Nel capitolo XXXIV, Renzo, arrivato in una Milano devastata dalla peste per cercare Lucia, viene scambiato per un untore da una folla inferocita, e si salva solo saltando su un carro di cadaveri guidato dai monatti.
Manzoni non sceglie a caso: mette il suo protagonista, un innocente che il lettore conosce bene, nella stessa posizione di Piazza e Mora. Per un momento il lettore vede dall'interno come basta un gesto frainteso, una voce, una folla spaventata, per trasformare chiunque in colpevole.
Che cosa insegna la peste del Manzoni a chi fa OSINT
Messe in fila, le lezioni della Milano del 1630 sono le regole di base del mio lavoro.
| Errore del 1630 | Regola dell'analisi delle fonti |
|---|---|
| Due cronisti in disaccordo sul primo malato | Registrare le discrepanze, non cancellarle |
| "Non peste", poi "febbri pestilenziali", poi "peste sì, ma" | Analizzare le parole scelte da chi comunica, non solo i fatti |
| Ricompense per le denunce | Diffidare degli incentivi che premiano la velocità invece della verifica |
| Una sola testimone, nessuna verifica | Cercare sempre una conferma indipendente |
| Confessioni ottenute con la tortura | Una prova raccolta male contamina tutto il fascicolo |
| "Erano figli del loro tempo" | Gli strumenti non si usano da soli: la responsabilità resta di chi li usa |
Sono regole che applico ogni volta che svolgo un'analisi OSINT per un cliente: costruire un quadro da fonti pubbliche, documentare il percorso, separare in modo netto ciò che è accertato da ciò che è ipotesi. E sono le stesse che uso nelle ricerche in ambito storico, quando un archivio, un registro o una cronaca dimenticata devono essere interrogati con rigore.
Quasi quattro secoli dopo, il consiglio di Manzoni resta il migliore che conosca: osservare, ascoltare, paragonare, pensare. E solo dopo, parlare.
Le opere citate: Alessandro Manzoni, I promessi sposi (edizione definitiva 1840–1842), capitoli XXXI–XXXIV, e Storia della colonna infame (1840). Le opere di Manzoni sono di pubblico dominio.
Domande frequenti
Da dove arrivò la peste di Milano del 1630?
Arrivò con le truppe imperiali, i lanzichenecchi, che dall'autunno 1629 attraversarono la Valtellina e il territorio lombardo durante la guerra di successione di Mantova. Il contagio si diffuse tra i soldati e da lì nelle popolazioni lungo il loro percorso.
Chi fu il primo malato di peste a Milano?
Le fonti non concordano. Il medico Alessandro Tadino lo chiama Pietro Antonio Lovato e colloca il suo ingresso in città il 22 ottobre 1629; lo storico Giuseppe Ripamonti lo chiama Pietro Paolo Locato e indica il 22 novembre. Manzoni registra la discrepanza invece di nasconderla.
Quante persone morirono nella peste del 1630?
Secondo le stime dello storico Carlo Maria Cipolla, nell'Italia settentrionale la peste del 1630–1631 causò circa 1'100'000 morti su una popolazione di circa 4 milioni. Per Milano le cifre tramandate variano molto da fonte a fonte, e uno studio del 2023 ha iniziato a ricostruirle dai registri dei morti.
Chi erano gli untori?
Erano le persone accusate di diffondere volontariamente la peste spalmando unguenti velenosi su muri e porte. Non esistevano: ma la paura portò a processi, torture e condanne. Il caso più noto è quello del commissario di sanità Guglielmo Piazza e del barbiere Gian Giacomo Mora, giustiziati nel 1630.
Che cos'è la colonna infame?
È la colonna eretta a Milano sulle macerie della casa del barbiere Mora, condannato come untore, per ricordarne l'infamia. Fu abbattuta nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1778. La lapide è oggi conservata al Castello Sforzesco. Manzoni ne ricostruì la storia nella Storia della colonna infame, pubblicata nel 1840.
Che cosa c'entra l'OSINT con Manzoni?
L'OSINT è l'analisi delle fonti aperte: raccogliere informazioni pubbliche, confrontarle, verificarle e distinguere i fatti dalle voci. È esattamente ciò che Manzoni fece con le cronache della peste, e che riassunse in una frase: osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.