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La Peste Nera del Trecento: cosa sappiamo davvero, grazie al DNA

Pochi giorni fa ho scritto della presunta peste di Irkutsk, in Siberia: un caso ancora pieno di domande senza risposta. La parola "peste", da sola, basta ancora oggi a far scattare la paura. È un'eco che arriva da lontano, dal Trecento, quando una malattia arrivata dall'Asia uccise in pochi anni una parte enorme della popolazione europea.

Sulla Peste Nera si trova di tutto: date sbagliate, numeri inventati, immagini anacronistiche, certezze che gli storici non hanno. Questo articolo prova a fare il contrario. Racconta quello che sappiamo, distingue quello che è ipotesi, e soprattutto mostra come lo sappiamo. Perché la grande novità degli ultimi quindici anni è che la Peste Nera non la studiano più solo gli storici: la studiano anche i genetisti, estraendo il DNA dai denti delle vittime.


Le fonti: da dove viene quello che sappiamo

Prima di tutto, il metodo. Le nostre conoscenze sulla Peste Nera arrivano da tre tipi di fonti, ciascuna con i suoi limiti.

Le cronache dell'epoca. Sono testimonianze preziose, ma vanno lette con attenzione: molti cronisti scrivevano per sentito dire, esageravano le cifre o interpretavano gli eventi come punizione divina. Il racconto più celebre in italiano è quello di Giovanni Boccaccio, che nell'introduzione al Decameron descrive Firenze durante l'epidemia del 1348.

I documenti amministrativi. Registri fiscali, testamenti, elenchi di sepolture, provvedimenti delle città. Sono meno suggestivi delle cronache, ma spesso più affidabili per stimare l'impatto reale.

Il DNA antico. È la fonte nuova, e ha cambiato le carte in tavola. Nel 2010 uno studio guidato da Haensch ha trovato il batterio Yersinia pestis nei denti di vittime sepolte in fosse comuni in diversi Paesi europei. Nel 2011 il gruppo di Bos ha pubblicato su Nature il primo genoma del batterio, ricostruito dalle vittime del cimitero di East Smithfield, a Londra (Wikipedia). Da quel momento non ci sono più dubbi su quale fosse il responsabile.

È lo stesso principio che applico nel mio lavoro: una testimonianza va sempre confrontata con un dato oggettivo. Ne ho parlato anche a proposito delle corazze Farina, dove il racconto di un testimone e i reperti dei musei non coincidevano.


Dove è nata: il lago Issyk-Kul

Per oltre un secolo si è discusso su dove fosse nata la Peste Nera. Cina, India, steppe dell'Asia centrale, area del Caspio: ogni ipotesi aveva i suoi sostenitori.

Nel 2022 uno studio ha portato un indizio molto forte. I ricercatori hanno analizzato due cimiteri medievali vicino al lago Issyk-Kul, nell'attuale Kirghizistan, ai piedi della catena del Tian Shan. Le lapidi, scritte in siriaco, mostravano un picco di morti per "pestilenza" negli anni 1338–1339. Il DNA estratto dai denti di sette persone sepolte lì conteneva Yersinia pestis. E il ceppo trovato risultava essere il diretto antenato di quelli che, pochi anni dopo, avrebbero colpito l'Europa e il Medio Oriente (Wikipedia).

È una delle rare volte in cui un'iscrizione funeraria e un'analisi genetica raccontano la stessa storia. Non chiude del tutto il dibattito: alcuni studiosi continuano a proporre altre aree d'origine. Ma oggi è l'ipotesi meglio documentata.


Il viaggio verso l'Europa

Caffa, 1346: un racconto da prendere con cautela

Da qui in avanti entra in scena la storia più raccontata, e anche quella da maneggiare con più attenzione. Nel 1345–1346 l'esercito dell'Orda d'Oro assediava Caffa, in Crimea, colonia commerciale genovese. Secondo il notaio piacentino Gabriele de' Mussis, gli assedianti, colpiti dalla peste, avrebbero catapultato i cadaveri degli appestati oltre le mura, contagiando la città.

È una delle storie più citate come primo esempio di "guerra biologica". Ma gli storici invitano alla prudenza: de' Mussis con ogni probabilità non era presente ai fatti e scriveva sulla base di racconti altrui. Ed è possibile che il contagio sia passato comunque, attraverso roditori e pulci che attraversavano le linee d'assedio. Il racconto è suggestivo; la prova che sia andata così, no.

Messina, ottobre 1347

Le navi genovesi in fuga dal Mar Nero portarono la malattia verso il Mediterraneo. A Costantinopoli arrivò nell'estate del 1347. Nell'ottobre 1347 dodici galee genovesi raggiunsero la Sicilia, e il cronista Michele da Piazza ne descrisse l'arrivo a Messina.

Da lì la diffusione fu rapidissima:

Periodo Arrivo della peste
1347, estate Costantinopoli
1347, ottobre Sicilia
1348, gennaio Genova, Venezia, Pisa, Marsiglia
1348 Firenze, Parigi, Inghilterra (entro giugno)
1348–1350 Germania, Scozia, Scandinavia
1349 Norvegia
1352–1353 Russia settentrionale, Mosca

In meno di cinque anni la malattia aveva attraversato quasi tutto il continente, seguendo le rotte commerciali via mare e via terra.


Quanti morti? La risposta onesta: non lo sappiamo con precisione

È il punto su cui si leggono più cifre inventate. La verità è che non esistono censimenti del Trecento, e ogni stima è una ricostruzione. Ecco alcune delle principali, riportate da Wikipedia:

Studioso Stima
Ole Benedictow Circa il 60% della popolazione europea
Philip Daileader 45–50% in Europa in quattro anni; fino al 75–80% nel Mediterraneo, circa il 20% in Germania e Inghilterra
Robert Gottfried Circa il 31%, sulla base di un conteggio attribuito agli inviati di papa Clemente VI

La forbice è ampia, e non per incompetenza: dipende dalle fonti usate e dalle stime sulla popolazione di partenza. Quello che è certo è che la mortalità fu enorme e molto diversa da regione a regione. Chi vi presenta un numero preciso senza dire da dove viene, sta semplificando.


Ratti, pulci o persone?

Il racconto classico dice: ratto nero, pulce del ratto, essere umano. È il meccanismo con cui la peste passa dagli animali all'uomo, ed è reale.

Ma spiega davvero la velocità con cui la Peste Nera attraversò l'Europa? Nel 2018 Katharine Dean e Boris Schmid, dell'Università di Oslo, hanno pubblicato sulla rivista PNAS un modello matematico che confrontava tre ipotesi di trasmissione con i dati di mortalità di nove città europee. In sette su nove, la curva delle morti si spiegava meglio con un contagio da pulci e pidocchi umani, cioè fra persone, che con il modello basato sui ratti (National Geographic).

Non è una sentenza definitiva: gli stessi autori riconoscono che i modelli possono essere migliorati, e il dibattito fra gli studiosi è ancora aperto. Ma è un buon esempio di come un'idea data per scontata per decenni possa essere rimessa in discussione dai dati.

C'è poi la forma polmonare della malattia, quella che si trasmette direttamente da persona a persona attraverso le goccioline respiratorie. È la forma di cui si è parlato a proposito di Irkutsk, ed è la più contagiosa.


La peste e la caccia al colpevole: Basilea, 1349

C'è un capitolo della Peste Nera che riguarda da vicino la Svizzera, ed è uno dei più bui.

In tutta Europa si diffuse la voce che fossero gli ebrei ad avvelenare i pozzi per diffondere la malattia. Ne seguì un'ondata di massacri. A Strasburgo, nel febbraio 1349, furono uccise circa 2'000 persone. Entro il 1351 erano state distrutte decine di comunità ebraiche.

A Basilea, nel gennaio 1349, una folla non autorizzata né dal consiglio cittadino né dal vescovo rinchiuse gli ebrei rimasti in una capanna di legno su un'isola del Reno e la diede alle fiamme. Le cronache medievali parlano di 300–600 vittime; gli storici moderni ritengono più plausibile un numero fra 50 e 70. I bambini furono risparmiati e battezzati a forza (Wikipedia).

Il dettaglio più terribile è un altro: il massacro avvenne prima che la peste arrivasse a Basilea. La città fu colpita solo nella primavera del 1349. Le vittime non furono uccise per aver diffuso una malattia, ma per una voce, in un clima di paura.

È una lezione che vale ancora oggi, e che ho ritrovato quasi identica nel caso di Irkutsk: davanti a una minaccia sconosciuta, una voce non verificata si trasforma in fretta in una certezza, e qualcuno ne paga il prezzo.


Che cosa ha lasciato la Peste Nera

La quarantena

Una delle eredità più durature è una parola che abbiamo imparato a conoscere bene. Nel 1377 la Repubblica di Ragusa, l'odierna Dubrovnik, impose un isolamento di 30 giorni a chi arrivava da zone colpite dalla peste. Il periodo fu poi portato a 40 giorni, e da lì nasce la parola quarantena (Wikipedia).

Le tracce nei nostri geni

Una delle scoperte più sorprendenti è recente. Nel 2022 un gruppo di ricerca guidato da Jennifer Klunk e Luis Barreiro ha pubblicato su Nature l'analisi di 206 campioni di DNA antico di persone vissute prima, durante e dopo la Peste Nera, a Londra e in Danimarca. Lo studio ha individuato varianti genetiche del sistema immunitario, in particolare del gene ERAP2, che sembrano aver offerto una maggiore protezione contro la peste e che furono quindi favorite dalla selezione naturale (McMaster Ancient DNA Centre).

Il risvolto inatteso: alcune di quelle varianti protettive sono oggi associate a una maggiore predisposizione a malattie autoimmuni. In un certo senso, la Peste Nera ha lasciato un segno nel nostro sistema immunitario che dura ancora.

La scoperta del colpevole: un medico nato in Svizzera

La peste non scomparve con il Trecento. Tornò a ondate per secoli, e alla fine dell'Ottocento una nuova pandemia partita dalla Cina raggiunse Hong Kong. Fu lì che, nel giugno 1894, un medico e batteriologo nato ad Aubonne, nel Canton Vaud, Alexandre Yersin, isolò il batterio responsabile (Wikipedia). Nello stesso periodo ci lavorava anche il giapponese Shibasaburō Kitasato, e il merito della scoperta è stato a lungo discusso. Il batterio porta oggi il nome di Yersin: Yersinia pestis.


Cinque miti da sfatare

"Il medico della peste con la maschera a becco è medievale." No. Il costume con il becco compare nel Seicento, circa tre secoli dopo la Peste Nera, e non ci sono prove che fosse usato nel Trecento (Wikipedia).

"La chiamavano Peste Nera." No. All'epoca si parlava di "pestilenza" o "grande mortalità". L'espressione "morte nera" si diffuse molto più tardi, grazie a cronisti scandinavi del Quattrocento e del Cinquecento; in inglese è attestata solo dal 1755.

"La colpa è tutta dei ratti." Non è così semplice: come abbiamo visto, il contagio fra persone ebbe probabilmente un ruolo importante.

"I mongoli lanciarono i cadaveri su Caffa: la prima guerra biologica." Forse, ma il testimone che lo racconta probabilmente non era presente. È una storia possibile, non un fatto accertato.

"Sappiamo che morì un terzo degli europei." È una delle stime, non un dato. Altri studiosi arrivano al 60%.


Dal Trecento a Irkutsk

Torniamo da dove siamo partiti. Il batterio che uccise milioni di persone nel Trecento non è mai scomparso: vive ancora in popolazioni di roditori selvatici in diverse parti del mondo, comprese l'Asia centrale e la Russia, da cui la stessa Peste Nera era partita. Fra il 2019 e il 2025 l'OMS ha registrato nel mondo 2'646 casi confermati e 423 morti, soprattutto in Congo e Madagascar.

La differenza con il Trecento è enorme. Oggi sappiamo che cosa causa la malattia, possiamo diagnosticarla, e la curiamo con gli antibiotici se la terapia inizia in tempo. Ciò che non è cambiato, come dimostrano sia Basilea nel 1349 sia le voci incontrollate su Irkutsk, è il modo in cui la paura si propaga: più veloce del batterio, e senza bisogno di prove.

È per questo che, nelle ricerche in ambito storico come nelle indagini di oggi, il metodo resta lo stesso: tornare alle fonti, distinguere ciò che è dimostrato da ciò che è solo ripetuto, e dirlo chiaramente.

Domande frequenti

Dove è nata la Peste Nera?

Secondo uno studio del 2022 sul DNA di vittime sepolte in due cimiteri vicino al lago Issyk-Kul, nell'attuale Kirghizistan, il ceppo all'origine della Peste Nera circolava in Asia centrale già nel 1338–1339. Le lapidi di quei cimiteri ricordano morti per 'pestilenza' proprio in quegli anni. Alcuni studiosi propongono altre aree d'origine, ma oggi questa è l'ipotesi meglio documentata.

Quante persone uccise la Peste Nera in Europa?

Le stime variano molto. Gli storici propongono valori che vanno da circa un terzo fino al 60% della popolazione europea, a seconda delle fonti e dei metodi. La mortalità cambiò anche molto da una regione all'altra.

Sono stati davvero i ratti a diffondere la peste?

In parte, ma non solo. Il modello classico prevede il passaggio ratto, pulce, uomo. Uno studio del 2018 ha mostrato che in sette città europee su nove la diffusione è spiegata meglio da pulci e pidocchi umani, cioè da un contagio fra persone. Il dibattito è ancora aperto.

Il medico della peste con la maschera a becco è medievale?

No. Il costume con la maschera a becco compare nel Seicento, circa tre secoli dopo la Peste Nera. Non ci sono prove che fosse usato durante il Trecento.

La peste esiste ancora oggi?

Sì. Il batterio Yersinia pestis vive ancora in roditori selvatici in diverse regioni del mondo, compresa l'Asia centrale e la Russia. Fra il 2019 e il 2025 l'OMS ha registrato 2'646 casi confermati e 423 morti. Oggi però la peste si cura con antibiotici, se diagnosticata in tempo.

Che legame c'è fra la Peste Nera e la Svizzera?

Due legami. Nel gennaio 1349 a Basilea la comunità ebraica, accusata di avvelenare i pozzi, fu rinchiusa e bruciata su un'isola del Reno, prima ancora che la peste arrivasse in città. E fu un medico nato ad Aubonne, nel Canton Vaud, Alexandre Yersin, a isolare nel 1894 il batterio della peste, che porta oggi il suo nome.

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