Le corazze Farina: la protezione che non proteggeva
Sto leggendo Un anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, il memoriale del suo anno di guerra con la Brigata Sassari sull'altopiano di Asiago, fra il giugno 1916 e il luglio 1917. Tra le pagine che restano addosso c'è quella delle corazze Farina: soldati chiusi in piastre d'acciaio, mandati contro i reticolati austriaci, convinti, o costretti a fingersi convinti, di essere protetti.
Non lo erano. Questo articolo prova a ricostruire che cosa fossero davvero quelle corazze: chi le progettò, come erano fatte, che cosa promettevano e perché fallirono. E mette a confronto il racconto di Lussu con quello che dicono gli oggetti conservati nei musei, perché le due versioni non coincidono, e la differenza è interessante.
Il problema: il reticolato e la mitragliatrice
Per capire le corazze Farina bisogna partire dal problema che dovevano risolvere.
Quando l'Italia entra in guerra, nel maggio 1915, il fronte è già una guerra di trincea. Davanti alle linee austro-ungariche corrono fasce di filo spinato, spesso profonde diversi metri. Dietro ci sono fucili e mitragliatrici puntati proprio sul punto in cui un attaccante deve fermarsi per superarlo.
Il reticolato era un'arma semplice e terribile: non uccideva, ma fermava. E un uomo fermo davanti a una mitragliatrice è un uomo morto.
Per aprire un varco c'erano tre strade:
- l'artiglieria, che però spesso non tagliava il filo, lo spostava, o lo seppelliva lasciandolo intatto;
- le cariche esplosive, come i tubi di gelatina che si facevano scivolare sotto il reticolato e si facevano esplodere;
- le pinze tagliafili, cioè uomini che strisciavano fino al filo e lo tagliavano a mano, un filo alla volta.
Le ultime due soluzioni richiedevano qualcuno che arrivasse fino al reticolato nemico. Nell'esercito italiano, i gruppi incaricati di farlo presero il nome che tutti capivano: compagnie della morte. Erano squadre piccole, spesso formate da soldati del genio, che agivano soprattutto di notte. Lussu racconta questi tentativi nei capitoli che precedono quello delle corazze, ed è anche il contesto in cui muore zio Francesco, il soldato più anziano della compagnia.
La domanda che si posero gli ingegneri era ovvia: e se quegli uomini potessero essere protetti?
L'ingegnere Ferruccio Farina
La risposta più nota venne da Milano. Ferruccio Farina era un ingegnere la cui ditta, con sede in via Ruffini 10 come risulta dalle etichette degli elmi superstiti, produceva protezioni individuali in acciaio. Dalla stessa ditta uscirono anche altri modelli, come le corazze Corsi.
Il clima dell'epoca era di grande fiducia in queste soluzioni. L'11 luglio 1915 La Domenica del Corriere dedicò una copertina alle corazze Corsi, presentandole come le uniche capaci di respingere e frantumare il proiettile del fucile modello 1891 (Università di Padova, archivio WarWon). Era la promessa che il pubblico voleva sentire: la tecnica avrebbe salvato i soldati dal massacro.
Com'era fatta la corazza
Secondo la voce di Wikipedia in italiano, che cita gli studi di Raito e Persegati, la corazza Farina era composta da:
- una piastra pettorale di forma trapezoidale, formata da cinque strati di acciaio al nichel-cromo;
- due spallacci mobili per proteggere le spalle;
- due cinghie che si incrociavano dietro la schiena e si annodavano davanti;
- due maniglie interne, che permettevano di staccare la piastra e usarla come scudo.
Il peso della sola corazza superava i nove chili. Una scheda di catalogo dei beni culturali dell'Emilia-Romagna indica circa 9,25 chili (scheda del Museo civico archeologico "A. Crespellani" di Valsamoggia).
L'elmo
L'elmo Farina è l'oggetto più riconoscibile di tutto l'equipaggiamento, con la sua forma alta e massiccia e una piastra frontale rinforzata da più strati d'acciaio rivettati. Non aveva imbottitura: si portava sopra un berretto o un passamontagna.
Il peso variava secondo il modello e la taglia. La scheda emiliana riporta circa 2,25 chili per il modello alto e 1,85 per quello basso; un esemplare dell'Imperial War Museum di Londra è indicato in 2,85 chili. Per confronto, l'elmo francese Adrian, che l'esercito italiano adottò a fine 1915 e da cui derivò il modello italiano del 1916, pesava fra 670 e 750 grammi.
Gli elmi Farina furono i primi elmi d'acciaio distribuiti alle truppe italiane, nell'ottobre 1915, ma in numero molto limitato. Non sostituirono mai l'elmetto d'ordinanza.
La promessa e la realtà
Il produttore certificava la corazza contro il proiettile da 6,5 mm del fucile italiano Carcano mod. 91, sparato a una distanza minima di 125 metri.
È una garanzia precisa, e proprio per questo rivela i suoi limiti:
- la distanza. Davanti ai reticolati non si combatteva a 125 metri. Chi arrivava a tagliare il filo era, per definizione, a pochi metri dalla trincea nemica;
- il calibro. Le armi austro-ungariche, dal fucile Mannlicher alle mitragliatrici Schwarzlose, sparavano un proiettile da 8 mm, più pesante e potente di quello usato per il collaudo;
- la copertura. La corazza proteggeva il busto e la testa. Gambe, braccia e fianchi restavano esposti;
- il peso. Con dieci, dodici chili d'acciaio addosso, un uomo non poteva correre, strisciare agilmente o ripararsi in fretta.
La valutazione degli storici è severa. La corazza fu una protezione ausiliaria, non risolutiva, e finì spesso per trasformare chi la indossava in un bersaglio lento e facile da individuare.
Il racconto di Lussu
Nel capitolo XIV di Un anno sull'Altipiano, Lussu racconta l'impiego delle corazze Farina durante i combattimenti sull'Altipiano. Dopo i tentativi falliti con i tubi di gelatina e le pinze, il comando affida a un gruppo di volontari corazzati il compito di raggiungere i reticolati austriaci. Cadono prima di arrivarci.
Non riporto qui le sue pagine, che meritano di essere lette per intero. Mi interessa però una frase breve, perché è un dato: Lussu scrive che le corazze "non dovevano pesare meno di cinquanta chili".
È qui che il mio mestiere si incrocia con la lettura.
Testimone e documento non coincidono
Le schede museali parlano di poco più di nove chili per la corazza e di due o tre chili per l'elmo. Lussu ne stima cinquanta. Anche aggiungendo il resto dell'equipaggiamento, la distanza è enorme.
Chi ha ragione? Probabilmente entrambi, ciascuno a modo suo.
Lussu non scrive "pesavano cinquanta chili": scrive che non dovevano pesare meno. È una stima, non una misura, e lo dice la forma stessa della frase. Dietro quella stima possono esserci più cose, e nessuna si può dimostrare con certezza:
- la percezione. Un uomo che deve avanzare sotto il fuoco con una piastra d'acciaio addosso non sente nove chili: sente l'impossibilità di muoversi;
- l'osservazione a distanza. Un ufficiale che guarda i volontari avanzare con fatica, goffi e lenti, deduce un peso dal loro movimento;
- il tempo. Lussu scrisse il libro fra il 1936 e il 1937, in esilio, in un sanatorio di Clavadel sopra Davos, a vent'anni dai fatti;
- i modelli. Circolavano protezioni di tipo diverso, e non si può escludere che l'equipaggiamento visto da Lussu fosse più pesante dei modelli conservati.
Non credo che la cifra di Lussu sia un errore da correggere. È un'informazione di un altro tipo: non dice quanto pesava l'acciaio, dice quanto pesava andare all'assalto con quell'acciaio addosso. Per uno storico, e per un investigatore, la lezione è la stessa: una testimonianza va sempre confrontata con i documenti, ma il confronto non serve solo a smentirla. Serve a capire che cosa sta davvero raccontando.
Le corazze dopo la guerra: film, musei, videogiochi
Le corazze Farina sono entrate nell'immaginario collettivo anche grazie al cinema. Nel 1970 Francesco Rosi trasse da Un anno sull'Altipiano il film Uomini contro, con Gian Maria Volonté. Il film cita le corazze, ma con il nome storpiato in "Fasina", e l'armatura che si vede sullo schermo non è una Farina: è un modello americano, il Brewster Body Shield.
Le corazze compaiono anche nel videogioco Battlefield 1, dove però la loro capacità di protezione è inventata.
Gli esemplari originali sono oggi oggetti da museo e da collezione. Secondo le schede dei venditori specializzati, protezioni Farina furono fornite anche, in numero molto limitato, alle forze belghe.
Che cosa ci insegnano le corazze Farina
Le corazze Farina sono il ritratto di un momento preciso della Grande Guerra: quello in cui si credeva ancora che un problema tattico, il reticolato sotto il fuoco delle mitragliatrici, si potesse risolvere con un oggetto. Bastava una piastra abbastanza spessa, e gli uomini sarebbero passati.
Non bastava. Il problema non era la mancanza di acciaio, ma l'ordine di attaccare in quelle condizioni. È lo stesso tema che attraversa tutto il libro di Lussu: comandi lontani, ordini che ignorano la realtà del terreno, uomini mandati a morire per verificare un'ipotesi.
C'è anche una lezione che vale oltre la storia militare. Una certificazione dice solo quello che è stato provato: la corazza fermava un certo proiettile a una certa distanza, e basta. Leggere le garanzie per quello che dicono davvero, e non per quello che promettono, è un esercizio utile ancora oggi, che si tratti di un prodotto, di un fornitore o di chi vi assicura risultati certi.
Se vi interessa il periodo, nell'archivio trovate anche la storia della macchina Enigma e delle tecniche di spionaggio della Guerra Fredda. E se state ricostruendo la storia di un familiare che ha combattuto nella Grande Guerra, le ricerche in ambito storico sono uno dei servizi che svolgo per privati, enti e studiosi.
Il libro citato: Emilio Lussu, Un anno sull'Altipiano, scritto nel 1936–1937 e pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1938; in Italia da Einaudi dal 1945. L'episodio delle corazze Farina è nel capitolo XIV.
Domande frequenti
Che cos'era la corazza Farina?
Era una protezione individuale usata dall'esercito italiano nella Prima guerra mondiale, composta da una piastra pettorale in acciaio, spallacci e un pesante elmo. Prende il nome dall'ingegnere milanese Ferruccio Farina, che la progettò. Era associata alle squadre incaricate di tagliare i reticolati nemici.
Quanto pesava una corazza Farina?
Secondo le fonti museali e le schede di catalogo, la corazza pesava poco più di nove chili e l'elmo fra circa 1,6 e 2,8 chili a seconda del modello e della taglia. Emilio Lussu, nel suo libro, stimò un peso molto superiore: una differenza che dice molto su come si percepiva quell'equipaggiamento in combattimento.
Le corazze Farina fermavano i proiettili?
Il produttore le certificava contro il proiettile da 6,5 mm del fucile italiano Carcano mod. 91 a una distanza minima di 125 metri. Al fronte però si combatteva spesso a distanze minori e contro armi austro-ungariche di calibro superiore, per cui la protezione reale era molto più limitata di quella promessa.
In quale capitolo di Un anno sull'Altipiano compaiono le corazze Farina?
Nel capitolo XIV. Lussu racconta un assalto in cui alcuni volontari, equipaggiati con le corazze, vengono mandati contro i reticolati austriaci e cadono prima di raggiungerli.
Chi erano le compagnie della morte?
Era il nome dato, nell'esercito italiano della Grande Guerra, ai piccoli gruppi di soldati, spesso del genio, incaricati di aprire varchi nei reticolati nemici con pinze tagliafili o cariche esplosive. Le corazze Farina erano il loro equipaggiamento più riconoscibile.
Le corazze Farina compaiono nel film Uomini contro?
Sì, il film di Francesco Rosi del 1970, tratto da Un anno sull'Altipiano, le cita, ma storpiandone il nome in 'Fasina'. Inoltre l'armatura mostrata sullo schermo non è una Farina, ma un modello americano, il Brewster Body Shield.