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Vicosoprano, 1667: l'uomo trovato alla fontana con una ferita alla testa, morto senza poter parlare

Nei villaggi di montagna la fontana era il centro della vita quotidiana. Lì si prendeva l'acqua, si abbeveravano le bestie, si lavavano i panni, ci si incontrava. Di giorno era il posto più frequentato del paese. Di notte, probabilmente, il più deserto.

È lì che, nell'ottobre del 1667, viene trovato un uomo con una ferita alla testa. Ha passato tutta la notte all'aperto. Lo riportano a casa ancora vivo, ma non riesce né a parlare né a farsi capire. Poi muore, portando con sé l'unica testimonianza che avrebbe potuto spiegare che cosa gli era successo.

Dopo il caso di Ursa a Roticcio nel 1679, torno alla stessa pagina del registro di Vicosoprano. È un'annotazione più breve e più silenziosa, ma per certi versi ancora più difficile.

Una nota di metodo: trascrivo l'annotazione dalla fonte pubblicata, non dal registro originale, che non ho consultato. Distinguo tra ciò che è scritto, ciò che si può dedurre e ciò che resta un'ipotesi. Non faccio diagnosi: quando parlo di medicina, mi limito a riportare che cosa dice la letteratura scientifica. Il cognome è indicato con l'iniziale.


La fonte

L'annotazione è pubblicata in:

Giacomo Maurizio, Le matricole parrocchiali della Bregaglia, estratto da Clavenna. Bollettino di studi storici valchiavennaschi, VII (1968), p. 45.

Compare tra gli estratti degli atti di morte di Vicosoprano, sotto il ministero del pastore Giacomo Azun di Lavino, lo stesso che dodici anni dopo annoterà la morte di Ursa e la fuga del marito. È la prima iscrizione della serie.


L'annotazione

Ecco il testo, come risulta dalla fonte pubblicata:

«24-10-1667 Joseppo M. fu trovato sulla Fontana con una ferita nella testa, restò colà una notte intera, fu condotto a casa ancora vivo, ma che non poteva né parlar né dar motti, morì.»

Il pastore costruisce la frase come una sequenza di fatti, uno dopo l'altro. Proviamo a scomporla.

Elemento Che cosa dice Che cosa non dice
«fu trovato» Qualcuno lo trova Chi lo trovò, e a che ora
«sulla Fontana» Il luogo del ritrovamento: una fontana del paese Se si trovasse lì per un motivo preciso
«con una ferita nella testa» Una lesione al capo Dove, di che tipo, quanto grave
«restò colà una notte intera» Passò la notte sul posto Se fu trovato al mattino o se qualcuno lo vide prima senza soccorrerlo
«fu condotto a casa ancora vivo» Fu soccorso e riportato a casa Quanto tempo sopravvisse
«non poteva né parlar né dar motti» Non riusciva a comunicare Se fosse cosciente
«morì» L'esito La causa della ferita

L'espressione «dar motti» va letta con cautela. Nell'italiano antico «motto» poteva indicare una parola, ma anche un cenno. Il senso più probabile è che l'uomo non riuscisse a comunicare in alcun modo, né con la voce né con i gesti.

Quanto alla data, il registro riporta il 24 ottobre 1667. Non è detto che sia il giorno del ritrovamento: negli atti di morte la data indica di solito il decesso o la sepoltura, e il testo non dice quanto tempo Joseppo sia sopravvissuto. Vale inoltre la stessa cautela già vista per il 1679: le comunità riformate dei Grigioni usavano ancora in gran parte il calendario giuliano, dieci giorni indietro rispetto a quello gregoriano.


Il silenzio del pastore

C'è un dettaglio che colpisce, se si confronta questa annotazione con quelle vicine.

Per Ursa, nel 1679, lo stesso pastore scrive che in paese «si fà vari giudizi» e che il marito fuggito «dà gran sospetto». Per Joseppo non c'è nulla di simile: nessun sospetto, nessun giudizio, nessun nome oltre al suo.

Che cosa significa? Può voler dire che nessuno, in paese, pensava a un crimine. Può voler dire che il pastore non sapeva nulla di più. Oppure che preferiva non scrivere. Non abbiamo modo di saperlo.

La lezione dell'investigatore. Il silenzio di una fonte non è una prova. Un testimone che non menziona un sospetto non dimostra che il sospetto non esistesse: dimostra solo che non l'ha riferito. Il confronto tra due annotazioni dello stesso autore, però, è utile. Quando la stessa persona, in un caso, esprime dubbi e in un altro no, la differenza merita di essere segnata, anche se non basta per trarre conclusioni.


Tre ipotesi, nessuna certezza

Con le informazioni del registro, le spiegazioni compatibili sono almeno tre. Le metto in fila senza sceglierne una.

Ipotesi Che cosa la renderebbe plausibile Che cosa manca
Una caduta Attorno a una fontana la pietra è spesso bagnata e scivolosa, e in ottobre, a oltre mille metri, le notti possono essere fredde La descrizione della ferita e del luogo
Un malore seguito da una caduta Un malore improvviso può far cadere una persona e, in alcuni casi, toglierle la capacità di parlare Qualsiasi informazione sullo stato di salute dell'uomo
Un'aggressione Una ferita alla testa può essere causata da un colpo; l'uomo restò solo per tutta la notte Indizi di una lite, sospetti, testimoni

La seconda ipotesi merita un chiarimento. Oggi sappiamo che alcune patologie, come l'ictus, possono provocare sia una caduta sia la perdita della parola. In questo caso la ferita alla testa sarebbe la conseguenza della caduta, non la causa della morte. Non è una diagnosi, che a più di tre secoli di distanza sarebbe impossibile: è solo una delle possibilità che un'indagine moderna dovrebbe considerare.

La notte trascorsa all'aperto aggiunge un'altra incognita. Una persona ferita e incapace di muoversi, esposta al freddo per ore, è in condizioni molto più gravi di chi viene soccorso subito. Anche una lesione non mortale di per sé, in quelle circostanze, poteva diventarlo.


Che cosa direbbe oggi la medicina legale

Oggi la domanda «caduta o colpo?» è una delle più classiche della medicina legale. E la risposta non è mai semplice.

Uno dei criteri più noti è la cosiddetta linea del cappello: la fascia del capo che corrisponderebbe alla tesa di un cappello. Uno studio pubblicato nel 2008 sul Journal of Forensic Sciences ha esaminato casi autoptici di cadute e di colpi inferti da altri. Ne è emerso che le fratture sopra quella linea sono più frequenti nei colpi, mentre quelle all'interno della fascia sono più difficili da interpretare. Gli autori hanno indicato anche altri elementi, come il lato della testa colpito e il numero delle lacerazioni.

Sono indicazioni statistiche, non regole assolute. E soprattutto richiedono quello che nel 1667 nessuno ha registrato: la posizione esatta della ferita, la sua forma, l'esame del luogo e del corpo.

Lo stesso vale per la perdita della parola. Un trauma cranico può provocare stati di coscienza molto diversi. La letteratura descrive, per esempio, il cosiddetto intervallo lucido: dopo un trauma, la persona perde conoscenza, si riprende per un certo tempo e poi peggiora rapidamente. Secondo la scheda di StatPearls sull'ematoma epidurale, questo andamento si osserva in circa il 14-21% dei casi di quel tipo di emorragia. Nel caso di Joseppo, però, il registro non parla di momenti di lucidità: lo descrive già incapace di comunicare quando viene riportato a casa.

Che cosa servirebbe oggi Che cosa abbiamo dal 1667
Posizione e forma della ferita «una ferita nella testa»
Esame del luogo: tracce, oggetti, superficie «sulla Fontana»
Ora del ferimento e del ritrovamento «una notte intera»
Testimoni Nessuno indicato
Esame del corpo e autopsia Nessuna notizia
Stato di salute precedente Nessuna notizia

Il contesto: una valle con il suo tribunale

Nel Seicento Vicosoprano era la sede della giustizia penale della valle. Il Pretorio, costruito alla fine del Cinquecento, ospitava il consiglio e il tribunale; la torre accanto, secondo il Dizionario storico della Svizzera, era dotata di una prigione, di una camera della tortura e di una gogna. Le esecuzioni avvenivano nel bosco di Cudin, dove si trovano ancora le due colonne della forca.

Un tribunale, quindi, c'era, e a pochi passi. Se qualcuno avesse sospettato un'aggressione, il caso avrebbe potuto finire davanti ai giudici. Se ne esistano tracce negli atti giudiziari dell'epoca è una domanda che solo gli archivi possono chiarire.


E oggi?

In Svizzera una morte come questa sarebbe affrontata in modo molto diverso. L'art. 253 del Codice di procedura penale prevede che, in presenza di indizi di una morte non naturale, il pubblico ministero ordini un esame da parte di un medico specialista e, se necessario, un'autopsia presso un istituto di medicina legale.

In caso di reati la competenza è della polizia e della magistratura, non di un investigatore privato. Il mio campo, in vicende come questa, è un altro: la ricerca d'archivio, la lettura critica dei documenti, la ricostruzione storica. È lo stesso approccio con cui ho analizzato il neonato di Bondo del 1805, la donna scomparsa da Promontogno nel 1736 e il soldato sepolto tra gli animali a Chiavenna nel 1695.


Miti e fatti

Mito Fatto
«Una ferita alla testa significa un colpo» Le ferite alla testa possono derivare da cadute, malori o aggressioni
«Se il pastore non sospettava nulla, non c'era nulla da sospettare» Il silenzio di una fonte non prova l'assenza di un fatto
«La medicina legale distingue sempre una caduta da un colpo» Esistono criteri statistici utili, ma nessuno è decisivo da solo
«Chi sopravvive a un trauma per qualche ora è fuori pericolo» La letteratura descrive peggioramenti anche a distanza di ore
«Nel Seicento non esistevano indagini» Esistevano tribunali e procedure, anche se con metodi molto diversi dai nostri

Come si potrebbe approfondire

  1. Il registro originale di Vicosoprano, per verificare la trascrizione ed eventuali note a margine.
  2. Gli atti del tribunale della Bregaglia, conservati negli archivi della valle o nell'Archivio di Stato dei Grigioni a Coira, per sapere se il caso arrivò davanti ai giudici.
  3. Gli altri registri della famiglia, per capire età, stato di famiglia e condizioni di vita di Joseppo M.
  4. La topografia storica del villaggio, per identificare quale fontana fosse e com'era fatta allora.

Che cosa possiamo dire, e che cosa no

Possiamo dire che Joseppo M., la cui morte è registrata al 24 ottobre 1667, fu trovato a una fontana del paese con una ferita alla testa, che vi rimase tutta la notte, che fu riportato a casa vivo ma incapace di comunicare e che poi morì.

Non possiamo dire come si sia procurato la ferita, se qualcuno ne fosse responsabile, quanto tempo sia sopravvissuto né se le autorità abbiano aperto un'inchiesta. Ad oggi non risultano prove a sostegno né dell'ipotesi dell'incidente né di quella dell'aggressione.


In breve

Domanda Risposta
Quando? 24 ottobre 1667, data dell'annotazione, con il margine dovuto ai due calendari
Dove? A una fontana del paese, nella parrocchia di Vicosoprano
Chi? Joseppo M.
Che cosa? Una ferita alla testa, una notte all'aperto, la morte senza poter comunicare
Perché? Il registro non lo dice
Che cosa manca? La descrizione della ferita, i testimoni, l'esito di eventuali indagini

Di quella notte resta una sola riga. È la storia di un uomo che forse sapeva che cosa gli era successo, ma non ha potuto dirlo a nessuno.


Fonti principali: G. Maurizio, Le matricole parrocchiali della Bregaglia*, estratto da* Clavenna. Bollettino di studi storici valchiavennaschi*, VII (1968), p. 45; C. Kremer, S. Racette, C.-A. Dionne, A. Sauvageau, «Discrimination of falls and blows in blunt head trauma: systematic study of the hat brim line rule in relation to skull fractures»,* Journal of Forensic Sciences 53 (2008); A. Khairat, K. Margetis, M. Waseem, «Epidural Hematoma», StatPearls (NCBI Bookshelf); Dizionario storico della Svizzera, voce «Vicosoprano»; Codice di procedura penale svizzero, art. 253.

Domande frequenti

Che cosa dice l'annotazione del 1667?

Che Joseppo M. fu trovato alla fontana con una ferita alla testa, che rimase lì una notte intera e che fu riportato a casa ancora vivo, ma senza poter parlare né farsi capire; poi morì. Il registro non indica la causa della ferita e non esprime sospetti.

Si sa se fu un incidente o un omicidio?

No. Il registro descrive le circostanze ma non la causa. Una caduta, un malore seguito da una caduta e un'aggressione sono tutte ipotesi compatibili con il testo. Ad oggi non risultano documenti che permettano di scegliere tra queste ipotesi.

Perché il pastore non parla di sospetti, come in altri casi?

Non lo sappiamo. Nella stessa pagina, per la morte di Ursa nel 1679, lo stesso registro annota che il marito fuggito «dà gran sospetto». Qui non c'è nulla di simile: può significare che in paese nessuno sospettava un crimine, ma il silenzio di una fonte non è una prova.

Oggi come si distingue una caduta da un colpo alla testa?

È un compito della medicina legale. Gli studi indicano alcuni criteri, come la posizione delle lesioni rispetto alla cosiddetta linea del cappello, il loro numero e il lato colpito, ma nessuno è decisivo da solo. Per valutarli servono l'esame del corpo e del luogo, che nel 1667 nessuno ha documentato.

Chi indagherebbe oggi su una morte simile in Svizzera?

Le autorità penali. In caso di indizi di morte non naturale, l'art. 253 del Codice di procedura penale prevede che il pubblico ministero ordini un esame medico-legale. In caso di reati la competenza è della polizia e della magistratura, non di un investigatore privato.

Perché il cognome è indicato solo con l'iniziale?

La fonte pubblicata riporta il nome per esteso. Come negli altri articoli tratti dai registri della Bregaglia, uso solo l'iniziale del cognome: i fatti sono lontani nel tempo, ma molte famiglie della valle portano ancora gli stessi cognomi.

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