Optografia: l'occhio della vittima può fotografare l'assassino? Storia, scienza e fallimenti di un'illusione forense
Nel 1938 l'ex ispettore di Scotland Yard Walter Dew, l'uomo che aveva arrestato il dottor Crippen, pubblicò le sue memorie. Raccontando la mattina del 9 novembre 1888, quando entrò nella stanza di Miller's Court dove giaceva Mary Jane Kelly, ultima vittima canonica di Jack lo Squartatore, scrisse che gli occhi della donna furono fotografati come "disperato tentativo" (forlorn hope). L'idea era che la retina potesse conservare l'ultima immagine vista: il volto dell'assassino.
Nel mio fascicolo su Jack lo Squartatore ho citato questo episodio in due righe. Merita molto di più, perché l'optografia è una delle storie più istruttive della criminalistica. Non è una leggenda nata dal nulla: alla sua origine c'è una scoperta scientifica vera, e un fisiologo tedesco riuscì davvero a fissare immagini nell'occhio di un animale e di un uomo. Il problema fu il salto dal laboratorio alla scena del crimine.
Da investigatore e da fotografo, la affronto come un fascicolo tecnico: cosa si sosteneva, cosa fu dimostrato, perché non poteva funzionare e che cosa ne resta oggi.
1. La promessa: un testimone che non può mentire
L'idea è semplice e potentissima. L'occhio funziona come una macchina fotografica: il cristallino è l'obiettivo, la retina è la pellicola. Se al momento della morte la "pellicola" restasse impressionata, basterebbe svilupparla per ottenere un testimone perfetto: l'ultima cosa vista dalla vittima.
Nell'Ottocento questa idea era credibile per tre motivi:
- la fotografia era una tecnologia giovane e quasi magica, capace di fissare la realtà su una lastra;
- la fisiologia stava scoprendo davvero la chimica della visione;
- la polizia non aveva ancora strumenti scientifici affidabili: le impronte digitali entrarono nella pratica investigativa solo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
Un testimone chimico, impossibile da corrompere o da spaventare, era il sogno di ogni investigatore.
2. Prima della scienza: le voci (1856–1870)
L'optografia nacque come notizia di giornale, prima che come esperimento.
| Anno | Luogo | Cosa si raccontò | Valutazione |
|---|---|---|---|
| 1856–1857 | Chicago e Auburn (New York) | Un oculista, il dottor Pollock, avrebbe trovato al microscopio "un'impressione chiara e distinta" dell'ultima scena nella retina; un dottor Sanford avrebbe visto nell'occhio di un uomo assassinato, J. H. Beardsley, "la figura rozza di un uomo con un cappotto chiaro" | Storia di stampa, ripresa fino in Nuova Zelanda e sulla rivista inglese Notes and Queries (3 ottobre 1857). Le date variano tra ottobre 1856 e agosto 1857. Nessuna verifica |
| 1863 | Londra | Il fotografo William Warner scrisse al detective che indagava sull'omicidio di Emma Jackson che i lineamenti dell'assassino "si sarebbero trovati molto probabilmente" fotografando la retina della vittima. Disse di aver visto, anni prima, il pavimento di un macello nell'occhio di un vitello, ma la lastra si era rotta | Prova non disponibile. Il detective vide il corpo 40 ore dopo la morte, quando era già sepolto |
| 1863 | Evansville (Indiana) | Dopo l'omicidio a colpi d'ascia di Henry Herke e di alcuni suoi figli, il fotografo Joseph Adams testimoniò che una foto ingrandita dell'occhio della vittima mostrava il volto di un uomo, ammettendo però che era troppo indistinto per condannare qualcuno | Il primo uso giudiziario che ho trovato. I sospettati furono rilasciati perché non fu emessa alcuna incriminazione |
| 1866 | Memphis | Un giornale scrisse che nella retina di una vittima erano "perfettamente delineati" una pistola, la mano e parte del volto dell'assassino | Ripreso in Inghilterra con scetticismo |
| 1868–1870 | Francia | Il medico Bourion fotografò le retine di una donna e di un bambino assassinati e disse di vedere la testa di un cane e il gomito dell'assassino | Smentito. Vedi sotto |
Il caso francese è il più importante, perché segna il primo controllo scientifico dell'idea. Nel 1869 la Società di medicina legale di Parigi incaricò il medico Maxime Vernois di verificare. Vernois notò subito il problema: Bourion aveva fotografato gli occhi 50–52 ore dopo la morte. Poi fece un esperimento: uccise sedici animali, ne fotografò le retine e vide solo l'anatomia della retina, nessuna immagine. Concluse che l'affermazione era falsa e pubblicò i risultati tra il 1869 e il 1870.
Lezione da investigatore: già nel 1870 qualcuno aveva fatto la cosa giusta, cioè un esperimento controllato. Ma la smentita non ebbe la stessa eco della notizia sensazionale. È un copione che conosciamo bene.
3. La scoperta vera: la porpora visiva
Pochi anni dopo, la fisiologia diede all'optografia una base reale.
Boll e il "rosso visivo" (1876)
Il 12 novembre 1876 il fisiologo tedesco Franz Christian Boll, che lavorava a Roma, comunicò all'Accademia delle scienze di Berlino una scoperta: nei bastoncelli della retina della rana c'è un pigmento rosso che si scolora alla luce e si ricolora al buio. Lo chiamò Sehrot, "rosso visivo". Boll morì a Roma nel 1879, a trent'anni.
Kühne e gli optogrammi (1877–1880)
A raccogliere la scoperta fu Wilhelm (Willy) Kühne (1837–1900), professore di fisiologia all'Università di Heidelberg. Kühne ribattezzò il pigmento Sehpurpur, "porpora visiva", e coniò il termine con cui lo conosciamo ancora oggi: rodopsina.
Il 5 gennaio 1877 presentò i primi risultati, riportati il 1° febbraio dalla rivista Nature. Le sue scoperte erano tre:
- la porpora visiva sopravvive alla morte, se la retina viene protetta dalla luce;
- la sua rigenerazione dopo lo scolorimento dipende da tessuti vivi dietro la retina (oggi diremmo l'epitelio pigmentato);
- per ottenere un'immagine permanente, la luce deve essere così lunga o così intensa da scolorire il pigmento più in fretta di quanto si rigeneri.
Kühne chiamò l'immagine fissata optogramma e il procedimento optografia.
L'esperimento del coniglio
Il metodo classico, descritto decenni dopo dal premio Nobel George Wald, era questo:
- si copriva la testa di un coniglio albino, per adattare i suoi occhi al buio;
- si fissava la testa di fronte a una finestra con le sbarre, per circa tre minuti;
- si decapitava l'animale e si asportava la metà posteriore dell'occhio, lavorando in luce rossa o gialla;
- la si immergeva in una soluzione di allume, che fissava l'immagine;
- il giorno dopo, sulla retina, si vedeva il disegno chiaro delle sbarre della finestra.
Le prime immagini erano minuscole, circa un millimetro quadrato. Negli occhi di coniglio un optogramma si poteva ottenere fino a 60–90 minuti dopo la morte; negli occhi di bue, dopo un'ora, non si otteneva più nulla. Alle prove assisté anche il chimico Robert Bunsen. Secondo un racconto riportato dagli storici della scienza, un tentativo di "fotografare" il fisiologo Hermann von Helmholtz nell'occhio di un coniglio mostrò soltanto il suo colletto bianco: l'unico elemento abbastanza luminoso e contrastato.
Kühne stesso mise in guardia contro le interpretazioni popolari. La retina, scrisse, non è una lastra fotografica fissa, ma "un laboratorio fotografico in cui l'operaio rinnova continuamente la lastra".
4. L'unico optogramma umano: Bruchsal, 16 novembre 1880
Il passo decisivo era provare su un essere umano. L'occasione arrivò nel 1880.
Erhard Gustav Reif, circa trentuno anni, condannato per aver annegato i suoi figli, fu ghigliottinato a Bruchsal, nel Baden, il 16 novembre 1880. Kühne ottenne il corpo e lavorò in luce rossa e gialla. Asportò la retina sinistra circa dieci minuti dopo la caduta della lama e la trattò con il suo metodo.
Ottenne un optogramma nitido, di pochi millimetri. Ma la sua conclusione è un modello di onestà scientifica: "La ricerca dell'oggetto che fu all'origine di questo optogramma rimase infruttuosa." In altre parole: c'era un'immagine, ma nessuno sapeva che cosa rappresentasse. Di quell'optogramma resta solo il disegno di Kühne, pubblicato nel 1881.
Più tardi si disse che l'immagine mostrava la lama della ghigliottina. È impossibile: Reif era bendato. Altri hanno proposto i gradini del patibolo. Kühne non offrì alcuna interpretazione.
Nel 1881 un medico americano che aveva lavorato con lui, W. C. Ayres, scrisse sul New York Medical Journal che era "del tutto inutile cercare l'immagine del volto di un uomo" sulla retina di chi muore all'improvviso.
5. Perché non poteva funzionare: la fisica di una pellicola che si ricarica da sola
Da fotografo, il modo più chiaro per spiegare i limiti dell'optografia è paragonare la retina a una pellicola. Ma è una pellicola molto strana.
| Requisito di laboratorio | Cosa accade su una scena del crimine |
|---|---|
| Occhio adattato al buio prima dell'esposizione | La vittima vive normalmente, alla luce, fino all'aggressione |
| Esposizione di minuti a una scena fissa | L'aggressore è visto per pochi secondi, in movimento, mentre la vittima si muove, lotta, distoglie lo sguardo |
| Scena molto luminosa e contrastata (una finestra illuminata contro una stanza buia) | Un volto in un vicolo illuminato a gas, o in una stanza in penombra: basso contrasto |
| Nessuna luce dopo la morte | I corpi restano alla luce per ore: la luce continua a "esporre" la retina e cancella qualsiasi immagine precedente |
| Retina asportata e fissata chimicamente entro minuti | I corpi venivano esaminati ore o giorni dopo; Bourion fotografò dopo oltre 50 ore |
| Fotografare la retina asportata e fissata | La polizia fotografava l'occhio intatto dall'esterno: la retina è dietro il cristallino e non si vede |
A questi limiti se ne aggiungono altri due, di pura ottica:
- La risoluzione. L'area della visione nitida della retina umana, la fovea, misura circa 1,5 millimetri. Gli optogrammi sono minuscoli e sfocati: anche nel caso migliore mostrano forme elementari, come sbarre o riquadri luminosi, non lineamenti.
- L'immagine è capovolta. Come in ogni camera oscura, l'immagine sulla retina è rovesciata in alto e in basso e tra destra e sinistra.
C'è infine un errore di metodo che, da investigatore, considero il più grave. Fotografare l'occhio di un cadavere dall'esterno non ha nulla a che vedere con l'optografia di Kühne. Kühne asportava la retina e la fissava chimicamente al buio. Le fotografie degli occhi delle vittime, scattate dalla polizia, mostravano al massimo la superficie dell'occhio, con i suoi riflessi: niente di quello che c'era dentro.
6. La polizia ci credette lo stesso
Nonostante gli avvertimenti degli scienziati, per mezzo secolo l'idea entrò nella pratica e soprattutto nelle cronache.
| Anno | Caso | Cosa accadde | Esito |
|---|---|---|---|
| 1877 | Berlino | Secondo alcune fonti, la polizia fotografò gli occhi di una vittima di omicidio | Nessun indizio; il caso è documentato in modo frammentario |
| 1880 | Ontario (Canada) | Le vittime dell'omicidio Brown furono riesumate per fotografare gli occhi; alcuni esperti dissero di vedere un'immagine sulla retina della figlia | Nessun risultato utile documentato |
| 1888 | Londra, Jack lo Squartatore | Il 13 settembre il giornale The Star si chiese se sulla retina di Annie Chapman restasse un'immagine dell'assassino "riproducibile". Il chirurgo di polizia George Bagster Phillips fu richiamato all'inchiesta anche per confermare che le foto degli occhi sarebbero state inutili; la rivista Photographic News disse lo stesso | Non è provato che le foto siano state scattate. Le uniche fonti sono successive: Walter Dew nel 1938, per Mary Jane Kelly, e un articolo del Reader's Digest del 1973, per Chapman |
| 1894 | Jamestown (New York) | Dopo il duplice omicidio di Laura Shearman e Cynthia Davis, un fotografo disse di vedere "un'immagine distinta di un uomo" in un occhio | Nessun lineamento riconoscibile |
| 1914 | Ann Arbor (Michigan) | La retina di Theresa Hollander fu fotografata su consiglio di un oculista, con l'idea di mostrare l'immagine al gran giurì | Nessun risultato; l'ex fidanzato accusato fu assolto dopo due processi |
| 1920 | New York | Un editoriale del New York Times criticò il medico legale per non aver fotografato gli occhi di Joseph Bowne Elwell, assassinato | Mostra quanto l'idea fosse ancora viva |
| 1924–1925 | Haiger (Germania) | Fritz Angerstein uccise otto persone. Secondo alcuni giornali dell'epoca, le retine delle vittime avrebbero mostrato il suo volto e l'ascia | Contestato. Secondo le ricostruzioni tedesche, la condanna si basò su impronte digitali e rilievi medico-legali curati dal criminologo Georg Popp, che nel 1925 pubblicò proprio un saggio sulla domanda "Si può riconoscere nell'occhio della vittima l'immagine dell'assassino?" |
Il caso Angerstein è un esempio perfetto di come nasce un mito forense: una condanna ottenuta con metodi reali, come le impronte digitali, viene raccontata dalla stampa come un trionfo del metodo impossibile. E una volta stampata, la versione sensazionale sopravvive a quella vera.
L'optografia ebbe anche un effetto inquietante: secondo alcuni autori, certi criminali avrebbero cominciato a distruggere gli occhi delle vittime per paura di essere "fotografati". Il caso più citato è quello dell'agente George Gutteridge, ucciso in Inghilterra nel 1927 con un colpo d'arma da fuoco in ciascun occhio. Ma il collegamento con l'optografia è un'ipotesi, non un fatto accertato.
7. Il verdetto definitivo: Heidelberg, 1975
Quasi un secolo dopo Kühne, nella stessa università, la polizia chiese di nuovo alla scienza se l'optografia potesse servire. Nel 1975 l'oftalmologo Evangelos Alexandridis, della clinica oculistica dell'Università di Heidelberg, riprodusse gli esperimenti su conigli anestetizzati.
Ottenne optogrammi chiari, fissando la retina in allume per 24 ore e fotografandola subito perché l'immagine sbiadiva. La sua conclusione fu netta: il metodo non ha alcuna utilità forense. Il fenomeno è reale, ma solo in condizioni che su una scena del crimine non si verificano mai.
8. Quando la fantasia supera la scienza
Se l'optografia è sopravvissuta così a lungo, è anche merito della letteratura e del cinema, che hanno trasformato un fenomeno di laboratorio in un espediente narrativo.
| Opera | Anno | Ruolo dell'optografia |
|---|---|---|
| Villiers de l'Isle-Adam, Claire Lenoir | 1867 | Il protagonista vede un'immagine orribile negli occhi della donna morta: prima ancora degli esperimenti di Kühne |
| Rudyard Kipling, At the End of the Passage | 1890–1891 | Un medico fotografa con una Kodak gli occhi di un uomo morto di terrore, poi distrugge la pellicola |
| Jules Verne, I fratelli Kip | 1902 | La foto ingrandita degli occhi della vittima rivela i veri assassini e scagiona due innocenti. Verne cita esplicitamente la "porpora retinica" |
| Dario Argento, 4 mosche di velluto grigio | 1971 | L'ultima immagine vista dalla vittima diventa la chiave dell'indagine |
| Doctor Who, Wild Wild West, Fringe | 1975–2013 | L'optogramma come tecnologia fantascientifica |
È un esempio classico di circolo vizioso tra scienza, stampa e finzione: la scoperta reale ispira la stampa, la stampa ingigantisce, la narrativa rende l'idea familiare e il pubblico, e a volte la polizia, finisce per crederci.
9. Il vero erede: i riflessi negli occhi
L'optografia è morta, ma l'idea che gli occhi possano "testimoniare" ha un erede scientifico serio, ed è legato alla mia professione.
Nel 2013 due psicologi, Rob Jenkins (Università di York) e Christie Kerr (Università di Glasgow), pubblicarono su PLoS ONE uno studio intitolato Identifiable images of bystanders extracted from corneal reflections. Usando fotografie ritratto ad alta risoluzione, ingrandirono il riflesso sulla cornea dei soggetti e recuperarono le immagini delle persone che stavano di fronte a loro. Quei volti erano circa 30.000 volte più piccoli del volto del soggetto, eppure:
- chi non conosceva quelle persone le abbinò correttamente nel 71% dei casi;
- chi le conosceva le riconobbe nell'84% dei casi.
"La pupilla dell'occhio è come uno specchio nero", spiegò Jenkins. Gli autori suggerirono applicazioni in casi come i sequestri di persona o gli abusi su minori documentati in fotografia.
La differenza con l'optografia è fondamentale: qui non c'è nulla di "memorizzato" nell'occhio. È ottica, non chimica: il riflesso esiste solo nell'istante dello scatto, su un occhio vivo, e la fotografia lo cattura. È la versione moderna e realistica del sogno ottocentesco.
Nell'analisi OSINT delle immagini questo principio è prezioso. I riflessi su occhi, occhiali, finestre, specchi, carrozzerie e schermi possono rivelare chi ha scattato una foto, chi era presente, dove ci si trovava e a che ora. È una delle prime cose che controllo quando analizzo una fotografia per un'indagine. Vale anche come avvertimento per chiunque pubblichi online foto ad alta risoluzione: possono raccontare molto più di quello che si vede a prima vista.
10. Cosa insegna l'optografia a chi indaga
| L'errore | La regola |
|---|---|
| Trasformare un risultato di laboratorio in uno strumento di indagine | Verificare che un metodo funzioni nelle condizioni reali del caso, non solo in quelle ideali |
| Fotografare l'occhio dall'esterno pensando di fare optografia | Capire davvero come funziona una tecnica prima di applicarla |
| Ignorare la smentita di Vernois (1870) e gli avvertimenti di Kühne e Ayres | Dare alle smentite lo stesso peso delle scoperte |
| Raccontare la condanna di Angerstein come un successo dell'optogramma | Distinguere il metodo che ha prodotto il risultato da quello che lo ha "raccontato" |
| Credere a un testimone chimico infallibile | Nessuna prova è infallibile: ogni prova ha condizioni di validità e margini di errore |
| Fermarsi al mito | La domanda giusta sopravvive: gli occhi possono aiutare un'indagine, ma attraverso i riflessi, non la memoria |
L'optografia è nata da una scoperta vera, la rodopsina, che ha aperto la strada alla comprensione moderna della visione. È fallita come strumento forense perché qualcuno ha preteso dalla scienza più di quanto la scienza potesse dare. È la stessa tentazione che ho descritto parlando del DNA dello scialle attribuito allo Squartatore e delle prove sulla morte di Hitler: una prova scientifica vale quanto le condizioni in cui viene raccolta.
È questo l'approccio che porto nelle mie indagini e analisi OSINT, e che uso anche come fotografo: un'immagine dice la verità solo a chi sa che cosa può e che cosa non può mostrare.
Fonti principali: Nature, 1° febbraio 1877, resoconto delle ricerche di Kühne; Arthur B. Evans, "Optograms and Fiction: Photo in a Dead Man's Eye", Science Fiction Studies 20.3 (1993); Douglas J. Lanska, "Optograms and criminology: science, news reporting, and fanciful novels", Progress in Brain Research 205 (2013); Nicholas Wade, Perception 37 (2008); Maxime Vernois, Bulletin de la Société de médecine légale (1869) e Revue photographique des hôpitaux de Paris (1870); R. Jenkins e C. Kerr, PLoS ONE 8(12): e83325 (2013); Smithsonian Magazine, McGill Office for Science and Society e American Academy of Ophthalmology sui casi di polizia; giornali dell'epoca citati nelle ricostruzioni di Digging History e jack-the-ripper-tour.com.
Domande frequenti
Che cos'è l'optografia?
È la tecnica, studiata nell'Ottocento, che cercava di fissare e fotografare l'immagine rimasta sulla retina di un occhio dopo la morte. L'immagine fissata si chiama optogramma. Il termine fu reso celebre dal fisiologo tedesco Wilhelm Kühne, che a partire dal 1877 ottenne optogrammi nella retina di conigli.
È vero che la retina di un morto conserva l'ultima immagine vista?
Solo in condizioni di laboratorio molto particolari. La retina contiene un pigmento, la rodopsina, che si scolora alla luce e si rigenera al buio. Un'immagine può restare impressa se l'occhio fissa a lungo una scena molto luminosa e contrastata, e se dopo la morte la retina viene asportata al buio e fissata chimicamente entro pochi minuti. Il volto di un aggressore, visto per pochi secondi in condizioni normali, non può essere recuperato.
Esiste un optogramma umano?
Sì, uno solo documentato in modo scientifico. Il 16 novembre 1880 Wilhelm Kühne esaminò la retina di Erhard Gustav Reif, ghigliottinato a Bruchsal, asportandola circa dieci minuti dopo l'esecuzione. Ottenne una piccola immagine nitida, ma ammise di non essere riuscito a capire che cosa rappresentasse.
La polizia fotografò davvero gli occhi delle vittime di Jack lo Squartatore?
Non è dimostrato. Nel settembre 1888 la stampa suggerì di fotografare gli occhi di Annie Chapman, ma medici e riviste fotografiche dell'epoca dissero che era inutile. Il detective Walter Dew scrisse nelle sue memorie del 1938 che gli occhi di Mary Jane Kelly furono fotografati come 'disperato tentativo', ma nessun documento ufficiale lo conferma.
L'optografia è mai servita a risolvere un omicidio?
No. Non esiste alcun caso documentato in cui un optogramma abbia identificato un assassino. In diversi casi, dagli Stati Uniti alla Germania, le foto degli occhi delle vittime non mostrarono nulla di utile. Nel 1975 un oftalmologo di Heidelberg, Evangelos Alexandridis, riprodusse gli esperimenti sui conigli su richiesta della polizia e concluse che il metodo non aveva alcuna utilità forense.
Gli occhi possono comunque aiutare un'indagine?
Sì, ma in un modo diverso: attraverso i riflessi. Uno studio pubblicato su PLoS ONE nel 2013 ha mostrato che dai riflessi sulla cornea, in fotografie ad alta risoluzione di persone vive, si possono ricavare volti riconoscibili di chi si trovava davanti al soggetto. È un principio usato anche nell'analisi OSINT delle immagini.